TORNIAMO SUL TEMA DELL’ARTE, GIÀ TRATTATO IN PRECEDENZA. STAVOLTA PRENDO LO SPUNTO DALLA SEGNALAZIONE DI UNA LETTRICE CHE RIGUARDA YAYOI KUSAMA, ARTISTA GIAPPONESE MORTA DI RECENTE QUASI CENTENARIA.

Yayoi Kusama : pumpkins and pois

La produzione di Yayoi Kusama è vastissima. Zucche, fiori enormi e conturbanti, piante colorate, reticolati e ‘pois’, tele di decine di metri, esposte nei principali musei del mondo. Ma anche sculture, poesie storie per bambini e romanzi surreali, e collaborazioni con musicisti e case di moda.

Dopo una lunga permanenza negli Stati Uniti dove si affermò come pittrice, tornò in Giappone dove all’età di 48 anni. Ma, pur continuando a creare artisticamente, si chiuse volontariamente in un ospedale psichiatrico.

Cercava così di curare i sintomi patologici cominciati fin dall’infanzia, quando viveva in una famiglia che le istillava paura ed ossessione per il sesso. Fin da piccola provava l’esperienza di perdersi nel proprio ambiente fisico, di disperdere la propria personalità in uno spazio in movimento ad altissima velocità. Quando aveva dieci anni, iniziò ad avere vivide allucinazioni che descriveva come “lampi di luce, aure o densi campi di puntini”.

Queste allucinazioni sono riprodotte nelle sue opere.
Ad esempio, nella “Stanza specchio dell’infinito” l’effetto caleidoscopico delle superfici a specchio riproduce infinitamente anche il corpo umano.

Yayoi Kusama : Infinity Mirror Room

La produzione di Yayoi Kusama è un esempio di come possono convivere follia e creatività. Una convivenza che ha avuto tanti altri esempi nella storia dell’arte.

Già nell’antichità la follia era vista come ispirazione della divinità, tipica degli artisti. Nell’era moderna autori come Vincent Van Gogh e Francisco Goya hanno trasfuso nelle loro opere allucinazioni, depressioni, incubi di menti perturbate. Genialità e problemi psichici caratterizzano artisti come Antonio Ligabue e poeti come Cesare Pavese, Sylvia Plath, Virginia Woolf, Alda Merini.

Lo psicoanalista Carl Jung visse periodi di crisi di squilibrio emotivo e vere e proprie allucinazioni, che tradusse in forma letteraria e immaginifica nel “Libro Rosso”.
La persona psicotica è sommersa dalle immagini del suo inconscio perturbato e dai deliri, perde il contatto con la realtà e si lascia invadere dalle sue visioni, che può tradurre in produzioni artistiche. Lo dimostrano le opere creative prodotte da pazienti psichiatrici ed esposte in apposite mostre temporanee e permanenti, come il Bethlem Museum of the Mind a Londra e la Collezione Prinzhorn ad Heidelberg in Germania.

Secondo Jung, l’artista attinge al repertorio di immagini primordiali depositate nell’inconscio collettivo, riuscendo a controllare gli aspetti formali della produzione creativa e costruendo opere che esprimono importanti significati per sé e per chi le osserva e le apprezza.
Si può dire che l’artista usa in modo creativo la sua quota di follia esistenziale, per cui è giustificato il detto comune che “un grande artista deve essere un po’ pazzo”.

Da: Inktober Illness – Shawn Coss, 2016

L’arte e la follia possono intrecciarsi, avendo una base comune che è il pensiero divergente dalla norma, l’immaginazione e il linguaggio metaforico, la libertà creativa senza limiti e remore convenzionali.
Il connubio tra creatività geniale e sintomi patologici inducono a rivedere i criteri di normalità generalmente in uso, per cui si è “normali” se ci si uniforma al pensiero comune, senza divergere da esso con gli slanci tipici della creatività artistica. Ci si adagia acriticamente in quella “ragione che spesso produce mostri”.

Il fondatore della “art brut” Jean Dubuffet parlava della follia come “ali che spingono l’uomo a diventare un veggente“.

Non a caso l’espressione artistica, nelle sue varie forme, è tra gli strumenti di cura delle patologie psichiche. E potrebbe essere anche strumento di cura delle disfunzioni del vostro mondo…