STAVOLTA IL POST PRENDE SPUNTO DA UNA POESIA DI CHANDRA CANDIANI, CHE DALLA GRANDE CITTÀ SI È SPOSTATA A VIVERE IN UN BOSCO PER ASCOLTARE LE VOCI E IL SILENZIO DELLA NATURA.
LA POESIA PARLA DELLE AMBIVALENZE NEI CONFRONTI DELLA VITA E DEL POTERE TERAPEUTICO DELLA PAROLA.
Mi è capitata questa vita
cerco di capire cosa farne
come una sarta con la stoffa
…
Non mi è capitata nessuna vita
non cerco di capire cosa farne
cucio e disfo, slego,
non confeziono.
Viene da gioiosa audacia
la guarigione delle parole.
Quando la parola nasce dall’ascolto e dal silenzio non solo fa stare meglio con sé stessi, ma accoglie anche la sofferenza degli altri e li fa sentire compresi e “curati”.

Una riflessione sul valore della parola parte dal riconoscimento che essa è l’essenza della vita, ciò che sostanzialmente distingue la specie umana da quelle animali.
“In principio era la Parola … e la Parola si incarnò, ed abitò tra noi” così inizia uno dei Vangeli che sono la parola sacra del Cristianesimo. Profonde verità. È la parola che crea il mondo, le sue leggi, le memorie, le comunità. È la parola che, incarnata nell’umanità, la rende pienamente tale. La parola (Dio stesso secondo il testo sacro) è entrata nel mondo, per salvarlo redimendolo dal male.
Non solo il Cristianesimo, ma anche altre religioni hanno una “parola” sacra, testi ispirati dalla divinità e mirati a creare una umanità migliore, capace di rendere più vivibile il mondo.
Anche in ottica non religiosa la parola è uno strumento di salvezza, la base della cura del malessere umano. Parole in prosa o in poesia, per drammi o commedie, tragiche o ironiche, appassionanti o divertenti. Da sempre l’arte letteraria – insieme alle altre arti figurative – ha la funzione di arrivare non solo ai pensieri ma alle emozioni profonde delle persone, di farle riflettere sul senso della vita, di contrastare il malessere pervasivo.
Nella Grecia antica le tragedie avevano una funzione ‘catartica’. Come scriveva Aristotele nella “Poetica”, suscitano nello spettatore un effetto liberatorio e purificatore: il coinvolgimento emotivo consente di scaricare le passioni negative e ritrovare l’equilibrio interiore. Ed Euripide ribadiva che “le parole sono i medici della mente malata”.
Platone andava ancora oltre nel definire la funzione terapeutica della parola: quando il corpo sta male non si può curare solo con le erbe senza prendersi cura dell’anima, e questo avviene mediante ‘bei discorsi’.
Molti secoli dopo, Freud nella “Introduzione alla psicoanalisi” scriveva: “Le parole erano originariamente magie e, ancora oggi, la parola ha conservato molto del suo antico potere magico. … Le parole evocano affetti e sono il mezzo comune con cui gli uomini si influenzano l’un l’altro. Per questo non sottovaluteremo l’uso delle parole nella psicoterapia.”
L’intervento psicoterapeutico viene compiuto non solo mediante l’uso di sostanze, come i farmaci che hanno azione diretta sul sistema fisico, ma usando la “parola”, cioè la parte più tipicamente umana ed espressiva della mente stessa. Con buoni risultati, a giudicare dagli studi sperimentali sull’efficacia delle psicoterapie (se fatte bene).
La parola è fonte di influenzamento, come detto dal padre della psicoanalisi, ma anche da tanti altri autori.
“Le parole sono pietre” scriveva Carlo Levi: sono pesanti, possono essere mattoni della verità e svelare le criticità del mondo.
Però le parole, anziché migliorare la comunicazione umana, possono invece costruire malessere. Secondo Marshall Rosenberg il modo in cui parliamo spesso alza barriere invece di favorire la comprensione: il titolo del suo libro è “Le parole sono finestre (oppure muri)”.

La saggezza buddista ricorda che “Le parole hanno il potere di distruggere e di creare”. La parola distrugge quando non corrisponde alla verità, tende ad ingannare e a sopraffare, a presentare in modo plausibile una realtà falsa e tendente a rendere falso l’intero sistema sociale. Parole sono anche le “fake news” che perturbano il mondo, e lo portano verso una deriva inimmaginabile in epoche passate.
Può essere ingannevole la pubblicità, può esserlo la politica. Bisogna imparare a difendersi dalle parole che ci portano lontano dalla realtà, là dove vuole condurci chi le usa in modo subdolo ma convincente.
Come diceva Lacan, gli esseri umani non sono padroni del proprio linguaggio, ma sono condizionati fin dalla nascita da una struttura linguistica e culturale (un “Grande Altro”) che parla dentro di loro, nel loro inconscio. Socialmente “alienati”, senza che se ne rendano conto.
Adesso sta irrompendo nel vostro mondo un nuovo modo di usare il linguaggio, favorito dalla potenza dell’Intelligenza artificiale che invade la vita quotidiana, dai social media al computer di casa e al tablet che i giovani usano per studiare.

Proprio al linguaggio fanno riferimento gli strumenti come ChatGpt e simili, mediante i quali l’intelligenza artificiale realizza parole e discorsi che simulano quelli umani e stanno diventando i principali interlocutori dell’intelligenza umana e del suo modo di comunicare.
Questi potenti mezzi aiuteranno le persone a capirsi meglio, o al contrario potenzieranno chi vuole fare della parola uno strumento di potere e di sopraffazione? Ne abbiamo già discusso e certamente ci torneremo.
Il consiglio dell’Alieno è che, come si impara a parlare da bambini, bisogna ri-apprendere ad usare bene il linguaggio in ogni momento della vita. Dovremmo continuamente imparare:
Ad usare le parole nel modo giusto, trovando linguaggi capaci di generare benessere anziché vuoto consumismo, relazioni costruttive anziché conflittuali.
Ad apprezzare le parole degli altri per quello che valgono, valutandone le vere intenzioni. Senza sprovveduta ingenuità, ma anche senza pregiudizi.
A non “farsi parlare dentro” dalle parole spesso ingannevoli dei media.
A fermarsi a parlare anche con sé stessi: interlocutore importante, e spesso sottovalutato.
A gustare il silenzio, come ci propongono le poesie di Chandra Candiani e di Alda Merini.
A tacere quando non si ha nulla di utile da dire. Perché – come ricordava Sartre – “ogni parola ha conseguenze, ma anche ogni silenzio”.
Senza un continuo (ri)apprendimento dell’uso della parola il vostro mondo rischia una involuzione che nessun linguaggio artificiale potrà frenare, anzi potrebbe accelerarla.
“In principio era la parola”… ma bisogna fare in modo che la parola non rischi di diventare il principio della fine.

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