È STATO DATO GRANDE RILIEVO SUI MEDIA AD UNA SENTENZA (DEFINITA ‘STORICA’) CON CUI LA CORTE SUPREMA DEGLI STATI UNITI HA STABILITO CHE NESSUNA PERSONA PUÒ ESSERE LICENZIATA SOLO PERCHÉ GAY O TRANSESSUALE.

La decisione, presa a maggioranza dalla Corte, afferma che la norma sui diritti civili proibisce non solo le discriminazioni basate sulla razza o la religione ma anche quelle basate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere.

Viene riconosciuto che la discriminazione per ‘sesso’ non si riferisce solo a quella delle donne rispetto agli uomini, ma anche dei “LGBT”. È questa una nuova etichetta che accomuna quanti non scelgono (e lo dichiarano) l’oggetto sessuale considerato normale, cioè una persona dell’altro sesso. Quindi lesbiche, omosessuali (detti “gay”), bisessuali e transessuali.

Un datore di lavoro – dice la sentenza – che licenzia una persona per il solo fatto di essere omosessuale o transgender, senza altre ragionevoli motivazioni, “lo fa per caratteristiche o azioni che non avrebbe messo in discussione in persone di orientamento sessuale diverso”, e questa è una inaccettabile discriminazione.

Mi pare incredibile che, in un paese civile, ci voglia la decisione di una corte suprema (che viene ritenuta ‘epocale’) per affermare una cosa che alla mia mente aliena sembrerebbe ovvia. Cioè che una persona va valutata sul lavoro in base a quello che fa, non a quello che è nella sua vita privata. Chi lavora bene va premiato mentre i fannulloni o i furbi che imbrogliano vanno puniti o licenziati.

Il problema della discriminazione nel lavoro (e non solo) si è posto per tanto tempo, e si pone ancora, purtroppo, specie in certi paesi e in certi ambienti culturali. Riguardava la razza, la religione, i due sessi ‘tradizionali’.

I neri e gli stranieri in molte nazioni tagliati fuori per secoli da molte professioni – tranne quelle artistiche e sportive che danno lustro e guadagni a chi ne sfrutta le capacità.

Ebrei e zingari privati del lavoro, e poi sterminati fisicamente dalla follia nazista della selezione della “razza pura”.

Le donne assunte meno e pagate peggio – tanto più se a “rischio” di andare in maternità.

Adesso tocca a una categoria sessuale ‘anomala’ perché non rientra nelle due tradizionali: omosessuali e transessuali, che hanno scelto per il legame affettivo e sessuale un oggetto che non rientra nella ‘norma’, cioè nell’orientamento comune alla maggior parte delle persone.

I tutti questi casi di discriminazione degli esseri appartenenti tutti alla stessa razza umana vengono trattati diversamente solo perché appartenenti a certe categorie.

È questo un problema antico nel vostro mondo: creare delle categorie, assegnare alle persone delle etichette in base a queste categorie, e valutarle e trattarle solo in base alle etichette: nero, razza inferiore, donna, gay o transgender. Come se tutti gli appartenenti alla categoria fossero uguali e si possa conoscere quindi dall’etichetta cosa c’è dietro di essa. Questo non è possibile neppure coi cibi e coi vini: dietro una etichetta uguale si possono nascondere qualità molto diverse.

Ci sono persone di genere maschile, femminile, e LBGT, che lavorano bene e altre no; alcune moralmente ineccepibili e altre riprovevoli e immorali, ma questo a prescindere dall’etichetta che le contraddistingue.

Quanto all’orientamento sessuale, il discorso sarebbe lungo e richiede un commento apposito. Mi riprometto di farlo appena avrò raccolto abbastanza dati, perché capisco che nel vostro mondo – a differenza dal nostro alieno – è un problema molto complesso e “scottante”.

Intanto, ben vengano le sentenze che ribadiscono che le persone vanno considerate per quello che valgono, non per l’etichetta che hanno attaccata.

Ma a queste sentenze dovrebbe corrispondere un cambiamento culturale ed educativo. Per cui fin da bambini si venga abituati a considerare l’altro non come l’appartenente ad una categoria piuttosto che un’altra, da valutare quindi pregiudizialmente, ma come una persona da scoprire nelle sue caratteristiche positive e negative, per regolarsi di conseguenza nei comportamenti e nelle relazioni.