“HAPPY DAYS” È IL TITOLO DI UN DRAMMA DI SAMUEL BECKETT, SCRITTO NEL 1961 MA ANCORA DI GRANDE ATTUALITÀ, IN UN TEMPO CHE DI FELICITÀ NE VEDE BEN POCA.
A PARTIRE DA UNA SUA RILETTURA, PROPONGO AI MIEI SUPERIORI ALIENI E AI LETTORI TERRESTRI ALCUNE CONSIDERAZIONI RISPETTO ALLA “FELICITÀ” NEL MONDO CONTEMPORANEO.

Due soli i personaggi del dramma, una donna e un uomo di mezza età.
Winnie vive sepolta fino al petto in un cumulo di sabbia, ha un parasole e può accedere ad una borsa che contiene uno spazzolino e un dentifricio, un pettine, un rossetto, un organetto, qualche farmaco di pronto soccorso, ma anche una rivoltella.
Dietro di lei vive in un buco il marito Willie, un uomo dalla testa vuota, che risponde ogni tanto a monosillabi alle continue domande di Winnie, spesso limitandosi a citare il giornale che sta leggendo. Qualche volta urla, qualche volta ride, striscia fino a lei e poi si ritrae, fino alla fine.
Nel secondo atto la donna è sepolta fino al collo, e non può più usare gli oggetti della borsa né voltarsi a guardare il marito. Può richiamare alla memoria altri personaggi, ricordi senza storia e senza risonanza emotiva nella vita attuale.
Eppure per il tutto il tempo Winnie non fa che dichiararsi felice della sua esistenza, e mantiene un ottimismo che contrasta con la sua condizione reale: immobile e bloccata fisicamente, prigioniera nella banalità della vita quotidiana, nella ripetizione di gesti inutili e di linguaggi stereotipati.
È soprattutto la parola, anche se vuota e senza risposta, che la tiene in vita. “Un po’ di quel che dico viene sentito, non sto solo parlando a me stessa, come nel deserto … è questo che mi permette di continuare , continuare a parlare…”
“ Se oggi mi parlerai – dice al marito distratto – oggi sarà un giorno felice, un altro giorno felice”.
Però ci sono “delle volte in cui persino le parole mancano”… “e cosa si deve fare, allora, aspettando che tornino?”
“Lo so bene – ammette – verrà un giorno in cui dovrò imparare a parlare da sola, cosa che mi è sempre riuscita intollerabile in questo deserto”. Anche se Willie se ne andrà, ci sarà sempre la borsa con i suoi oggetti dei riti quotidiani, e la pistola (non si sa mai…). Se “la tristezza continua a intromettersi”, c’è la memoria e la parola per dialogare con se stessa. Anche quando “non posso più far niente … devo dire di più. Bel problema…”
Ogni tanto ha un barlume di coscienza che parlare non basta: “smetti di parlare e fa’ qualcosa, tanto per cambiare, coraggio”. Ma nulla viene fatto, tranne i gesti abitudinari, riordinare le cose, tirare fuori la rivoltella e riporla. “Tutto sembra strano … mai nessun cambiamento. È sempre più strano”…
“Si continua a dilazionare il momento dell’azione … per paura di passare all’azione troppo presto … e il giorno passa e va … nella più completa inazione”. Così “i giorni passano, senza che si sia detto niente, o quasi… senza che si sia fatto niente, o quasi … è questo il pericolo. Da cui ci si deve guardare…”
Ma non può lamentarsi, non deve lamentarsi… “quante cose di cui ringraziare!” Quando le tornano in mente stralci del passato, di qualunque colore emotivo essi siano, lo trova meraviglioso. Anche quando sente solo dei suoni, si rallegra perché “i suoni sono una manna, mi aiutano a passare il giorno”.
Qualche specialista del benessere psichico sostiene che è bene sorridere anche quando si affonda, magari sostenendosi – come fa Winnie – con qualche pastiglia che promette effetti immediati per “depressione, debolezza, inappetenza…”. Ma altri specialisti ricordano che questo sorriso forzato serve solo a creare “falsi sé”, che sono la premessa della psicosi o della criminalità.
Winnie si consola: “non ho perso la ragione… non ancora … non tutta … un po’ me ne resta”.
Fino al termine ripete ossessivamente che “oggi è un altro giorno felice, dopo tutto… finora” . Sorride, canta sottovoce. E Willie la guarda in silenzio.

Beckett esprime in questo dramma la sintesi di tante vite incarcerate e bloccate nella staticità dei movimenti, dei gesti, delle comunicazioni. Anche all’interno di coppie e famiglie che pure si proclamano “felici” di una vita che dovrebbe invece generare angoscia e bisogno di cambiamento. Winnie ha pure un’arma nella borsa, ma non pensa ad usarla (a differenza di alcuni che nella vita reale invece lo fanno).
Ha un marito, che una volta l’ha desiderata, e che adesso le risponde a stento e con frasi senza senso.
Non ha un cellulare e i social, non c’erano quando il pezzo teatrale fu scritto. Oggi forse le servirebbero per aggiungere altre parole inutili, non evitando il reale isolamento nella vita sociale e nelle sterili relazioni.
Il cumulo in cui si è sepolti e il buco in cui si vive può anche essere una bella casa con tutti i comfort, ma il tipo di vita e le sensazioni che ne derivano sono le stesse di quelle descritte da Beckett nel suo teatro definito dell’assurdo (che però assurdo non è tanto….)
Certo, nel mondo c’è pure chi è consapevole della propria infelicità, e cerca di sfuggirle in tutti i modi possibili, ribellandosi o emigrando in altri luoghi. Dove trova però poca accoglienza da quanti pensano che gli infelici possono sconvolgere il loro (presunto) benessere.
Sono tanti nel vostro mondo i “benestanti” che come Winnie si convincono e proclamano di trascorrere una vita felice. Pur essendo reclusi in solitudine in una bolla di falso benessere, fatto di oggetti reclamizzati dalla pubblicità pervasiva, e non di relazioni sociali soddisfacenti.
La costituzione statunitense ha messo la felicità addirittura tra i suoi obiettivi, ma quanti in America (e altrove) assomigliano a Winnie e Willie, che si proclamano ostinatamente felici pur vivendo sempre più immersi nella sabbia opprimente di una vita inutile?
Il mondo del benessere economico rischia di affondare in questo mito della felicità ad ogni costo, dai contorni tra il dramma e la farsa, che hanno spesso confini labili e indistinti. Beckett in “Finale di partita” scriveva che “non c’è niente di più comico dell’infelicità”. Potremmo aggiungere: “…e della falsa felicità”.
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Chi volesse approfondire può trovare su YouTube un piccolo stralcio, o l’intera rappresentazione di “Giorni felici” di Beckett.

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