LA STAMPA E I SOCIAL MEDIA, I FILM E I SERIAL CI PROPONGONO QUOTIDIANAMENTE MODELLI DI CORAGGIO. ESEMPI DI CHI AFFRONTA VALOROSAMENTE LOTTE O CONFLITTI, E RISCHIA LA VITA PER FAR VINCERE LA PROPRIA PARTE. IN GENERE IL CORAGGIO SERVE PER FAR VINCERE IL BENE, O PRESUNTO TALE, MA NON SEMPRE È COSÌ.
MA COSA REALMENTE VUOL DIRE ESSERE CORAGGIOSI?

Sappiamo che la parola “coraggio” viene da cuore. Ma essere persona “di cuore” vuol dire tante cose.

Può significare essere impavidi eroi come nei miti dell’antica Grecia, o nelle saghe nordiche, o nelle fiction televisive.

“Cuor di leone”, “Braveheart” erano detti i personaggi storici che combattevano coraggiosamente ma spesso finirono vittime delle battaglie in cui si coinvolgevano per usare il loro coraggio.

Però “avere cuore” non vuol dire solo essere coraggiosi eroi. Delle forme di eroismo quotidiano necessario per fronteggiare le difficoltà della vita avevamo parlato in un post di qualche tempo fa.

Essere coraggiosi vuol dire anche saper vincere la paura degli altri come potenziali “nemici”. Essere aperti alle emozioni positive, alla solidarietà. Non farsi bloccare dall’egoismo della ragione, del “mors tua vita mea”, per cui l’altro è un ostacolo verso la felicità. Vuol dire riconoscere che è invece il contrario: “vita tua vita mea”. Le altre persone sono un mezzo per raggiungere insieme mete che da soli non potremmo raggiungere: l’amicizia, la pace, la serenità, tutte cose di cui abbiamo tanto bisogno.

Il coraggio di cui parliamo non è buttarsi a capofitto nei conflitti e cercare di vincere ad ogni costo. Anzi, è saper rinunciare a qualcosa per condividere progetti di progresso e di benessere collettivo, perché se stiamo bene insieme allora tutti stanno bene. E perseguire questo richiede un coraggio che non è quello del guerriero armato per distruggere il nemico.

Può essere più facile vincere una guerra che mantenere la pace” diceva tremila anni fa il libro I Ching cinese. Anche Papa Francesco ha ricordato che “ci vuole più coraggio e fare la pace che a fare la guerra”.

Un esempio concreto di questa che può sembrare una battuta, è Francesco d’Assisi. Era stato guerriero, e voleva partecipare alla crociata per sconfiggere gli infedeli. Poi, grazie ad un sogno fatto a Spoleto proprio mentre andava a Lecce per imbarcarsi con i crociati, capì che il coraggio doveva dedicarlo non alle armi ma ad altro. Tornò indietro, e questo fece fino a diventare il Santo portatore di pace. Ci voleva coraggio a mettersi contro la sua famiglia e rinunciare a ricchezze e onori, a dare scandalo privandosi persino dei vestiti. Ci voleva coraggio ad andare a parlare di pace col sultano musulmano, a casa sua e da solo, anziché aggregarsi a quanti si univano nell’assalto per conquistare con le armi e col sangue i “luoghi santi”.

Un sogno diede a Francesco il coraggio di cambiare vita. E poi rimase per sempre un sognatore coraggioso.

Cosa vuol dire abbinare il “sogno” al coraggio? Non che il sognatore è fuori dalla realtà, perché anziché affrontarla si ritira dalla vita in un proprio mondo fantastico. Sognare una vita diversa, immaginare come può essere una vita migliore, è la premessa per cercare di realizzarla.

È questo il senso del “I have a dream” di Martin Luther King, del sogno di liberazione non violenta di Gandhi. Coraggiosi che senza armi seppero contrastare poteri forti e apparentemente invincibili. Ma non erano affatto sognatori nel senso passivo del termine. Avevano una immagine del mondo diversa da quello presente, ed erano pronti a fare di tutto per realizzarla, coraggiosamente. Molti poliziotti e giudici coraggiosi hanno sacrificato la loro vita per liberare il mondo dall’ingiustizia e dalla sopraffazione, perché di un mondo libero dal male avevano una visione precisa e cercavano di realizzarla, vincendo la paura quotidiana che certo non sottovalutavano.

Sognatori? Certo, ma anche lottatori coraggiosi per affermare il proprio sogno, e far comparire il sereno dopo il maltempo.

Il sogno è una forma di immaginazione attiva, che raccoglie elementi della realtà e li trasforma, li elabora, li assembla in qualcosa di originale. Però il sogno che invade le nostre notti è spesso incomprensibile, e la psicoanalisi ci ha spiegato perché. Durante il sonno il contenuto deve essere travisato perché esprime un desiderio e questo è in contrasto con la realtà, allora le parti contrastanti devono essere censurate e sostituite con altre, accettabili perché incomprensibili alla ragione critica. E anche al sognatore stesso…

Questo sogno notturno non richiede coraggio: nasce dal desiderio ma al tempo stesso lo reprime, o lo appaga ma in modo accomodante con la “censura” insita nella nostra stessa mente. Nasce dalla paura di sanzioni da parte di un giudice costrittivo e vendicativo, e non riesce a superare questa paura.

Non è di questo sogno notturno che ha bisogno il coraggio, ma di sogni ad occhi aperti, creativi e coscienti. Sognare da svegli vuol dire accettare i desideri e cercare di realizzarli, senza cedere a censure ma al tempo stesso senza eccedere in pretese irrealizzabili.

Senza cedere e senza eccedere: sembra uno slogan, ma è l’essenza del coraggio. Che non si fa fermare da remore e costrizioni. Ma al tempo stesso non si lascia trasportare verso avventurose e pericolose prodezze.

Non è il coraggio di chi si getta ad occhi chiusi dallo scoglio altissimo, o che si lancia in vertiginosi fuori pista con gli sci, o fa le gare di velocità con le auto, rischiando di far del male a sé e agli altri. Oppure di chi usa audacia e ardimento per imprese volte al male degli altri e della società (anche molti criminali sono coraggiosi!)

Neppure ci serve il coraggio che ignora la realtà, quello con cui Don Chisciotte lottava contro i mulini a vento. Ci serve invece il coraggio di Francesco, quello d’Assisi. E quello che oggi dimostra il Papa col suo nome, l’unico a parlare chiaro e senza remore contro il male del mondo. Ci serve almeno un poco del coraggio di Martin Luther King, di Gandhi, di Mandela, di madre Teresa, di Schindler e di tutti quelli che rischiando la vita salvavano gli Ebrei dallo sterminio. Non ci serve il coraggio degli ebrei attuali che lottano i loro nemici senza avere una visione di futuro, non sanno proprio immaginarlo. E questo è l’aspetto più drammatico di una guerra – come tante altre nel mondo – di cui nessuno sa immaginare uno scenario finale che faccia stare bene entrambe le parti contendenti. 

È vero, come diceva il personaggio (non certo coraggioso) manzoniano di don Abbondio, che “il coraggio se uno non ce l’ha non se lo può dare”. Ma è vero pure che il coraggio può essere costruito, a partire dalle giovani generazioni.

I giovani devono diventare coraggiosi per superare l’egoismo, ascoltare le ragioni ed i bisogni degli altri, aprirsi alla condivisione dei propri desideri. Devono apprendere ad immaginare soluzioni ai conflitti, a confrontare flessibilmente le diverse soluzioni, e scegliere la migliore. Saper dire di no a una soluzione sbagliata, saper contrattare senza imporre con la forza la propria.

Tutti dovremmo essere capaci di sognare un futuro migliore, e perseguire il desiderio con perseveranza, superando con coraggio gli ostacoli e i rischi che comportano. Senza cedere, ma anche senza eccedere, cioè mantenendo il limite e l’auto-controllo. Valorizzare la non violenza come modo preferenziale di gestione dei conflitti. Ma al tempo stesso sviluppare la fiducia nell’affermare ciò in cui si crede, senza ledere i diritti degli altri, ma anzi collaborando con loro per raggiungere il sogno condiviso: il progresso, la libertà di tutti, la pace.

Sognatori svegli e coraggiosi, capaci di mettere in pratica impavidamente i loro sogni: ecco quello di cui ha bisogno il mondo, e che il vostro amico alieno vi augura di trovare.