LA COMUNITÀ EUROPEA HA ISTITUITO UNA GIORNATA “IN MEMORIA DELLE VITTIME SUL LAVORO E PER LA TUTELA DELLA DIGNITÀ DEI LAVORATORI”.
PIÙ VOLTE ABBIAMO PARLATO DEL LAVORO, UN TEMA CHE INTERESSA MOLTO I MIEI SUPERIORI ALIENI. ED È IMPORTANTE ANCHE PER I TERRESTRI CHE PASSANO LAVORANDO – O CERCANDO LAVORO – GRAN PARTE DELLA LORO VITA.
Per il mio rapporto annuale su questo tema ho cercato le più recenti statistiche italiane e mondiali, per verificare se da quando ne ho parlato per la prima volta oltre cinque anni fa le cose sono cambiate. Tutti i governi infatti mettono le politiche lavorative come priorità nei loro programmi, e vantano i risultati nei consuntivi pre-elettorali. Ma come stanno davvero le cose?

Partiamo dall’Italia, il paese in cui i miei superiori alieni mi hanno inviato in esplorazione.
Le statistiche ufficiali parlano di un tasso di occupazione del 62,5% della popolazione tra i 15 e i 64 anni. Un valore aumentato negli ultimi anni, ma sempre inferiore alla media dell’Unione Europea (71%), e ancora molto disuguale tra uomini e donne. La disoccupazione (cercare lavoro e non trovarlo) è scesa al 6%. Ma la percentuale davvero preoccupante è quella degli “inattivi”, quelli che non hanno un lavoro ma neppure lo cercano: sono un terzo del totale della forza lavoro potenziale, e rappresentano una triste peculiarità del sistema economico italiano.
È interessante notare che in Italia i lavoratori stranieri rappresentano il 10,7% del totale degli occupati, (oltre 2,5 milioni). La loro crescita – specie tra gli extracomunitari (+3,6%) – supera nettamente il ritmo di crescita dei lavoratori italiani (+0,5%).
I lavoratori stranieri risultano determinanti soprattutto nei servizi alla persona e domestici, seguiti dai comparti di alberghi e ristorazione, edilizia, ed agricoltura dove gli immigrati svolgono lavori per cui è difficile trovare manodopera.

Questi sono i numeri delle statistiche. Ma la qualità del lavoro? “Fragilità” e “Povertà lavorativa” diventano parole chiave.
Oltre 4 milioni di lavoratori in Italia si trovano in condizioni di vulnerabilità o con contratti precari, a termine o part-time involontario. Il 10% degli occupati vive in condizione di povertà lavorativa nonostante un impiego continuativo. Fenomeno che viene definito “working poor”, e che è più accentuato nel meridione (dove arriva al 40%) e tra i lavoratori stranieri (26 contro 8% degli italiani).
C’è poi la piaga degli infortuni sul lavoro, in crescita rispetto agli anni precedenti, con 1000 morti in un solo anno. Numeri da guerra civile, con i lavoratori immigrati sempre in prima linea, con un tasso di incidenza degli infortuni sul lavoro doppio rispetto a quello dei lavoratori italiani (31 casi contro 14 su 1000).
Aumentano anche le denunce di patologie contratte sul posto di lavoro, con incrementi mensili che superano il 16%.

Il Decent Work (o “lavoro dignitoso”) è un concetto cardine definito dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro e inserito come Obiettivo 8 per la crescita economica nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Un lavoro si può definire dignitoso quando garantisce non solo un salario equo, ma anche sicurezza sul posto di lavoro, tutele sociali, formazione contro i rischi, libertà di espressione e pari opportunità.
Un lavoro non può considerarsi “dignitoso” quando il 17% dei lavoratori italiani e il 29% di quelli non italiani sono costretti al part-time dal datore di lavoro. E certamente non dignitosa è l’esclusione dal lavoro, che tra disoccupati e inattivi raggiunge quasi il 40% della forza lavoro potenziale. Ma è soprattutto la quota di “inattivi” che contrasta con gli obiettivi di inclusione sociale previsti in tutte le costituzioni e proclamati da tutti i governi.
Com’è la situazione fuori dall’Italia?
L’Europa ha fatto dei progressi verso gli obiettivi di lavoro dignitoso, ma con situazioni ancora molto diverse al suo interno.
A livello mondiale persistono disuguaglianze profonde tra i paesi ricchi e quelli a basso reddito. Nel complesso, nel vostro pianeta 186 milioni di persone sono disoccupate, 408 milioni cercano lavoro senza trovarlo. Oltre 2 miliardi di lavoratori lavorano totalmente privi di contratti, tutele sindacali o protezione sociale. Circa 300 milioni, quasi tutti nei paesi definiti eufemisticamente “sotto-sviluppati”, pur lavorando vivono in povertà estrema, guadagnando meno di 3 dollari al giorno.
Impressionano soprattutto i dati relativi al lavoro minorile. Sono 138 milioni i bambini e gli adolescenti tra i 5 e i 17 anni costretti a lavorare, e di questi 54 milioni sono impiegati in attività che mettono a diretto rischio la loro salute, sicurezza e sviluppo (es. miniere, edilizia o turni notturni logoranti).
Dati impressionanti, ancor più se si pensa che il sistema di lavoro forzato e non protetto – specie di immigrati e minorenni – produce un giro d’affari illegale stimato in 236 miliardi di dollari all’anno a livello mondiale, lucrando sulla totale negazione dei diritti umani. E questo avviene mentre con la globalizzazione dei mercati le ricchezze mondiali si concentrano sempre più in pochi Paesi e in pochi super-ricchi che, controllando i loro bilanci, non hanno tempo per leggere le statistiche qui sintetizzate.

Fin qui i numeri, aridi e noiosi, anche se provocatori per la coscienza di chi se la passa bene senza curarsi di sapere come la ricchezza è distribuita nel mondo, e a spese di chi. Ma sono i casi concreti che – al di là delle cifre – descrivono realisticamente il dramma del lavoro “non dignitoso”.
– Lavoratori costretti a turni massacranti in pessime condizioni igieniche e climatiche.
– Raiders costretti a girovagare per le città assolate o innevate per pochi spiccioli ad ogni consegna.
– Operai non specializzati e non formati alle elementari regole di sicurezza che rischiano la vita nell’edilizia e in attività industriali usuranti.
– Minorenni che lavorano senza garanzie, spesso “in nero” come molti adulti, senza potersi istruire e formare come la loro età richiederebbe.
– Cassa-integrati (dove esiste), o addirittura licenziati, perché in “esubero” rispetto alle esigenze del “mercato”.
– Immigrati che devono sottostare a forme spietate di “caporalato” e a ricatti criminali se irregolari – mentre solo un lavoro regolare potrebbe consentire la loro regolarizzazione giuridica.
– Lavoratori che pagano, anche con malattie mortali, la lunga permanenza in ambienti lavorativi in condizioni malsane e tossiche.
In molte nazioni le leggi per contrastare questi fenomeni ci sono, ma vengono facilmente eluse per l’impossibilità di adeguati controlli. In altre non esistono neppure leggi per garantire il lavoro, nonostante l’impegno delle Nazioni Unite per diffondere il “lavoro decente”.
Ma sappiamo bene quanto poco gli organismi sovranazionali possono fare in un’economia globalizzata e digitalizzata. Non riescono neppure a fermare le guerre e i conflitti che sprecano in armi costosissime risorse. Risorse che invece sarebbero utilissime per finanziare formazione e orientamento al lavoro, altrimenti impotenti contro la ferrea logica di “mercato”. Ed è davvero paradossale ricondurre al mercato proprio il lavoro che dovrebbe essere il principale modo della vita umana, e diventa invece la prima fonte di disumanità.

Adesso è il momento di andare in ferie, ovviamente per chi ha un lavoro che include i periodi di riposo retribuiti.
Cercando un sereno stacco dal lavoro, al mare o in montagna o in viaggi più o meno esotici, pochi hanno il tempo e la voglia di pensare a questi problemi. Anche perché in tanti sono convinti che si può fare poco o nulla per migliorare la situazione del lavoro “indecente”, se il governo delle nazioni e del mondo globalizzato resta quello che è.
La soluzione sarebbe cambiare questo modo di governare.
Per noi alieni questo è chiarissimo. Non lo è per chi invece – con il voto o con l’astensione – i governi li sostiene o li tollera. Salvo lamentarsi quando devono mantenere i figli adulti che non trovano un lavoro soddisfacente. Oppure cambiare canale quando il telegiornale parla di morti o infortunati sul lavoro, o di lavoratori sfruttati oltre ogni limite di decenza. Alienandosi dalla realtà che preferiscono non vedere…
A proposito di alienazione, un mio superiore leggendo questo report ha concluso che forse gli alieni sulla Terra non siamo noi, ma molti di quelli che la abitano. Penso abbia proprio ragione.

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